Sinossi

Un piccolo incidente innesca una reazione a catena di problemi sempre crescenti.

PRESENTAZIONE DEL FILM

Questo film rappresenterà la Francia (francese è la produzione del film) agli Oscar 2026, ed è stata una meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes; rappresenta inoltre il ritorno anche fisico di Jafar Panahi, che non usciva dall’Iran dal 2010 ma che stavolta è riuscito a presenziare alla cerimonia finale di assegnazione dei premi. 

Incarcerato e condannato più volte con l’accusa di propaganda contro il regime iraniano, anche da clandestino non ha mai mancato di far sentire la propria voce, raccontandoci storie del suo popolo maltrattato con delicatezza e talvolta ironia. Anche qui, attraverso un espediente improbabile, quello che poteva essere solo un semplice incidente, mette in connessione tra loro le vittime della repressione, con i traumi con cui non hanno mai fatto i conti e il loro fragile tentativo di ricostruirsi una specie di normalità. 

L’aspetto più interessante dal punto di vista morale è la rabbia repressa, la disperazione del protagonista che lo porta sull’orlo del baratro, in bilico tra il diventare come coloro che lo hanno detenuto e torturato e salvare piuttosto la propria umanità, scegliendo la cosa giusta da fare.

Ancora una volta, Panahi opera una denuncia potentissima, neanche tanto velata, contro coloro che stanno inquinando il Paese da decenni in nome di una moralità da imporre anche attraverso la repressione più spietata. 

Non è un film particolarmente raffinato, ma è efficace: con pochi tratti, il regista ci catapulta in una realtà a noi sconosciuta e ci rende partecipi dei drammi morali ed etici dei protagonisti di questa lunga, intensa, interminabile giornata. Soprattutto ci interroga, con quel suo finale ambiguo, ci induce a domandarci, quando si accendono le luci in sala, noi cosa avremmo fatto e cosa succederà ora che la scelta è stata compiuta.

Girato in gran segreto e con attori non professionisti, è a tutti gli effetti un atto di resistenza contro il regime; Panahi sa di cosa sta parlando: ha passato diverso tempo nel famigerato carcere di Evin e non ha dovuto inventare nulla di quello che fa raccontare ai suoi attori; quello che si inventa però è un diverso modo di reagire alle circostanze: ci insegna che restare umani è sempre possibile, anche quando tutto dentro di noi sembra essersi spezzato per sempre. 

    A cura di Ileana

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Proiezioni

  • 21.15
  • 21.15